Nei primi
due articoli di questa serie ci siamo chiesti:
1 - La
geotermia è una fonte di energia elettrica rinnovabile?
2 - La
geotermia è una fonte di energia elettrica sostenibile per l’ambiente?
In questa
terza parte, trattiamo sostenibilità economica e sociale di impianti
geotermoelettrici, riassumiamo i nostri risultati e presentiamo le conclusioni
relative all’incentivazione dell’energia geotermoelettrica.
3 – Sostenibilità economica degli
impianti geotermoelettrici?
La sostenibilità
economica
La sostenibilità economica è, nell’approccio
classico, definita come “la capacità di un sistema economico di generare una
crescita duratura degli indicatori economici”, solitamente riassunti nel PIL. Attualmente e in modo più differenziato, è vista come “la
capacità di generare reddito e lavoro per il sostentamento delle
popolazioni, e questo senza impattare
negativamente sugli aspetti sociali, ambientali e culturali”.
Se consideriamo che fino ad oggi esiste una stretta correlazione tra crescita economica e degrado ambientale – e che
quest’ultimo a sua volta è legato inevitabilmente a un degrado sociale delle
comunità -, diventa chiaro che siamo davanti a un problema da affrontare
urgentemente. Nei molti anni di discussione intorno a questa tematica, nel
contesto della cosiddetta economia verde sono state proposte e avviate alla
loro realizzazione varie soluzioni possibili.
Due
principali vie si distinguono:
– di rescindere il legame tra crescita economica e degrado
ambientale e sociale, oppure
- di abbandonare la crescita economica come indicatore
principale per la sostenibilità economica e di, invece, "accrescere il
benessere umano e l'equità sociale, riducendo significativamente i rischi
ambientali e le scarsità ecologiche" (UNEP
2011).
Il FER 1
segue la prima via principale – di promuovere la crescita economica senza
compromettere l’ambiente e i valori sociali -, sostenendo pratiche virtuose: per
esempio e nel nostro caso concreto, favorendo la rinnovabilità e la sostenibilità della produzione di energia
elettrica. Questo implica automaticamente il sostegno all’efficienza energetica – usando la quantità minima possibile di
risorse per raggiungere l’obiettivo –, e all’efficacia
nelle scelte delle modalità di produzione dell’energia e dell’incentivazione. È
questa la via indicata anche dall’Unione Europea.
Come
dimostrato nei due articoli precedenti, tutti gli impianti geotermoelettrici,
esistenti e in progetto in Italia, non sono né sostenibili per l’ambiente né
utilizzano la risorsa geotermica in modo rinnovabile. Non sono quindi neanche
sostenibili economicamente nel senso del decreto FER 1 e degli indirizzi
europei e italiani in materia.
Un secondo
aspetto della sostenibilità economica di un impianto geotermoelettrico concerne
la valutazione dei costi e benefici: costi di realizzazione che sono molto
alti, molto più alti che per la costruzione di impianti fotovoltaici o eolici
della stessa capacità produttiva.
E, aspetto
non meno importante da considerare, sono gli oneri legati a danni provocati
all’ambiente, all’economia locale e alla salute delle persone. Oneri ingenti per
impianti geotermoelettrici che sono e dovranno essere coperti dalla mano
pubblica [1],
molto più alti di quelli provocati da impianti energetici utilizzando altre
fonti di energia rinnovabile.
Ulteriori
aspetti della sostenibilità economica sono l’efficienza energetica e l’efficacia
delle soluzioni proposte.
centrale di Villejuif a cogenerazione
L’efficienza energetica
L'efficienza energetica è un elemento essenziale e prioritario (“energy
efficiency first”) nella
politica energetica dell'UE (vedi la DIRETTIVA
(UE) 2018/2002 sull’efficienza energetica) e riguarda sia la riduzione del
consumo e degli sprechi di energia, sia il miglioramento della prestazione
degli impianti di conversione delle fonti energetiche. Aumentare l’efficienza
energetica significa non solo rendere più sostenibile la fornitura
dell’energia, ma anche migliorare la sicurezza dell'approvvigionamento e ridurre
i costi delle importazioni. Varie misure mirano a ridurre sprechi energetici in
tutti i settori della vita pubblica e privata - l’edilizia, i trasporti,
l’industria e i suoi prodotti e processi, l’agricoltura e il settore casalingo.
L’efficienza
energetica (o di conversione) netta di un impianto geotermoelettrico ci dice
quanta parte dell’energia termica fornita dal fluido geotermico è trasformata
in energia elettrica disponibile per l’utente esterno [2].
Dall’altro lato ci dice, quanta parte di questa energia primaria viene
sprecata.
Per
impianti geotermoelettrici l’efficienza energetica è generalmente bassa,
dall’uno al venti percento; nella
media mondiale è attorno al 10 % (efficienza netta [3]).
Per
impianti di “prima generazione” i valori sono di regola più alti della media,
fino al 20%. Per impianti di “seconda generazione” (binari) l’efficienza è
molto più bassa, nella media attorno al 5%.
Uno dei
fattori determinanti l’efficienza è la differenza tra la temperatura del
vettore in entrata nell’impianto e quella del vettore in uscita dal processo:
più alta è questa differenza, più efficiente può essere l’impianto [4].
Questo è il motivo per cui sono privilegiate risorse molto calde e quindi in
zone di flusso di calore anomale, con tutti i problemi ambientali e sanitari che
comportano.
Una proposta chiave
della strategia europea è la cogenerazione (generazione congiunta) di energia elettrica ed
energia termica per il (tele)riscaldamento urbano e/o per vari utilizzi industriali.
La cogenerazione è una delle soluzioni per aumentare l’efficienza energetica:
invece di ottimizzare un impianto geotermico rispetto alla produzione di
elettricità scartando il contenuto calorico nel fluido in uscita dall’impianto
(come in tutti gli impianti nazionali in esercizio e progettati che ne usano al
massimo una piccola parte), si ottimizza l’efficienza
(exergetica)
producendo, in cogenerazione, sia elettricità che calore.
È questa la
strada favorita in molte zone dell’Europa: nei bacini sedimentari della Francia
e della Germania, e da decenni in Islanda, con impianti binari situati vicino a
o all’interno di grandi centri urbani in grado di assorbire il calore residuo
del fluido geotermico per il riscaldamento delle case.
Un esempio
tipico: la centrale progettata a Vendenheim nell’agglomerato di Strasbourg – a
ciclo chiuso con un flusso di 350 t/h di fluido a 185 °C estratto a 4500 m di
profondità – secondo
l’impresa proponente potrà produrre un’energia elettrica di 6 MWel
e un’energia termica di 40 MWth, quanto basta per fornire
elettricità a 7 mila, e riscaldamento a 26 mila case. Senza cogenerazione,
l’energia termica andrebbe dispersa nell’ambiente.
Questa
strada è rimasta finora quasi completamente inesplorata in Italia: un esempio
da manuale di come l’incentivazione generosa del settore geotermoelettrico
tradizionale, a bassa efficienza e alto impatto ecologico, spinta da lobby
potenti, blocchi sviluppo e rinnovamento ai danni dell’ambiente e
dell’eccellenza nazionale che si vede sorpassata dall’agilità imprenditoriale
estera.
L'efficacia:
Qual è la via più efficace per raggiungere gli obiettivi definiti nel Piano Nazionale Integrato per
l’Energia e il Clima (PNIEC)? Quali
misure di incentivazione sono quelle più efficaci – rapide, facili, poco costose, pertinenti, utili, agevoli e
anche efficienti?
È efficace in questo senso incentivare la
produzione di elettricità in impianti geotermici? E, semmai, in quali? È efficace ancora incentivare impianti pilota che sperimenterebbero
tecniche ormai acquisite nel mondo? Ci sono alternative, altre fonti rinnovabili,
più facili, più rapide, meno costose per raggiungere l’obiettivo?
L’esperienza geotermoelettrica
nazionale degli ultimi 10 anni ci insegna che pochissimi dei progetti proposti
sono stati realizzati, con un contributo completamente trascurabile alla risoluzione
del problema della transizione energetica. Tempi lunghissimi, tra procedure
amministrative, ricorsi e ferma opposizione locale. Un esempio ne è la zona del
Lago di Bolsena, dove cittadinanza e sindaci si sono uniti nella resistenza
all’industrializzazione geotermica.
Beninteso – l’accettanza
locale molto bassa della geotermia elettrica non è dovuta alla ottusità degli
abitanti delle zone destinate all’industrializzazione, oppure alla sindrome
NIMBY come vorrebbe la lobby geotermica. Fattori decisivi sono e sono stati
ignoranza, prepotenza, impreparazione in materia ambientale, e l’incapacità al
dialogo degli esponenti dell’industria geotermica. Dai tempi del ministro
dell’ambiente Orlando che nel 2013, ad
Orvieto, risponde alle fondate preoccupazioni dei cittadini: "Ma non scherziamo... ma non crederà anche
lei che la geotermia provoca i terremoti”, fino ad oggi, con il “manager
generale” Righini che alterna minacce maschiliste con dichiarazioni di
incredibile incompetenza, nulla è cambiato. Assenti sono: condivisione,
coinvolgimento della popolazione nella progettazione e decisione sugli
impianti, riconoscimento delle alte competenze ed empowerment dei cittadini.
La fortissima resistenza locale si
basa su una piena consapevolezza:
- dei rischi importanti per l’ambiente e la salute pubblica che presentano
le centrali nelle zone geologicamente fragili prescelte dall’industria,
- del fatto che l’industrializzazione del territorio contraddice alla sua
naturale vocazione e distruggerebbe le possibilità di valorizzare le sue
eccellenze,
- dell’alto valore delle poche zone ancora conservate
(importanza riconosciuta anche dalla normativa europea e dalla scienza
mondiale), riserve di biodiversità e risorse di acqua potabile e
- della convinzione che eventuali danni a persone e ambiente non saranno
presi in carico dalle imprese che ne portano la responsabilità.
È più efficace puntare su
fonti di energia rinnovabile diverse dalla geotermia, oppure favorire la
geotermia con tecnologia di terza generazione: impianti meno costosi [5],
molto meno impattanti, molto più facili e rapidi da realizzare, molto più
affidabili. L’intermittenza di fonti come il fotovoltaico e l’eolico non
presenta più problemi insormontabili, considerando i progressi nella gestione
delle reti e nel stoccaggio diffuso di energia.
4 – Sostenibilità sociale degli
impianti geotermoelettrici?
La sostenibilità sociale è il settore della
sostenibilità meno chiaramente definito di tutti, ed è quello che riceve meno
attenzione nella discussione pubblica - a torto. Il concetto di “sostenibilità
sociale” abbraccia argomenti come equità o uguaglianza sociale, qualità di
vita, sviluppo di comunità, diritti umani, diritto del lavoro, giustizia e resilienza sociale ...
In
generale, la “sostenibilità” è
collegata al concetto fondamentale di “bisogno
umano”. In questo senso, ogni suo aspetto (ambientale, economico, culturale
…) ha un carattere anche sociale;
ogni suo aspetto – e teniamo a mente che tutti questi aspetti sono correlati -
si realizza soltanto in comunità che sono sostenibili nel senso sociale:
comunità che sono eque, diversificate, connesse, partecipate, empowered e democratiche, e che offrono
un’alta qualità di vita.
La
sostenibilità sociale si dà quando processi, strutture, sistemi e relazioni
sociali sostengono attivamente la capacità della generazione presente e di
quelle future, di creare comunità sane e vivibili.
Progetti
sostenibili nel senso sociale sono quindi ecologicamente validi, partecipati e
stabiliti in tutta trasparenza dalla comunità nel rispetto della diversità di
cittadini informati e responsabili - indicazioni queste risultato di una riflessione su livello comunitario sul rapporto di scienza, innovazione e società, da cui è nato il concetto di RRI (responsible research and innovation). L'obiettivo e quello di garantire, attraverso le quattro dimensioni anticipazione, riflessività, inclusione e reattività, che la società si possa esprimere in tutte le fasi della definizione di un progetto.
La realtà
italiana ne è il completo contrario. I progetti sono imposti da un diktat
statale e sostenuti da lobby economiche. Non tengono conto della diversità di
cittadini e territori, non rispettano né coinvolgono nella progettazione le
comunità locali che sono responsabili e informate. In più, sono progetti
dannosi per l’ambiente.
Non sono
progetti sostenibili nel senso sociale. Non creano né sostengono comunità
locali sane e vivibili.
5 - Riassunto
L’analisi
della sostenibilità degli impianti geotermoelettrici italiani, sviluppata in
questi tre articolo, ci mostra che:
- nessuno
degli impianti in esercizio – tutti impianti di prima generazione, in parte a
vapore secco, in parte centrali “flash” -, è sostenibile, né nel senso della
rinnovabilità, né nell’impatto ambientale, né nel loro aspetto economico, né
nell’aspetto sociale della sostenibilità;
- lo stesso
vale per gli impianti in progetto, sia centrali “flash” che impianti di
“seconda generazione” a ciclo chiuso.
Le cause
sono molteplici:
- nessuno di questi impianti assicura il rinnovo delle
risorse (volume del fluido, calore del fluido, risorsa dell’acqua delle falde
potabili) in tempi della scala umana;
- tutti gli impianti in esercizio emettono importanti
quantità di gas a effetto serra, e sostanze e gas nocivi per la salute e per
l’ambiente;
- tutti gli impianti, in esercizio o in progetto, sono collocati in zone con geomorfologia
complessa, geologicamente fragili, il che comporta alti impatti ambientali: un
importante rischio sismico e, inoltre, il rischio del depauperamento e
dell’inquinamento delle falde di acqua potabile;
- l'efficienza energetica degli impianti è bassa, considerando che nessuno utilizza completamente in
cogenerazione il calore residuo,
- gli impianti sono molto costosi, considerando sia la loro realizzazione che gli oneri da sostenere legati ai danni alle persone e all'ambiente,
- le centrali geotermoelettriche sono progettate senza il coinvolgimento della cittadinanza nelle decisioni principali.
6 - Incentivazione degli impianti geotermoelettrici
FER1 e FER2:
Il decreto FER1
del 4 luglio 2019, che definisce modalità e criteri per l'incentivazione dell'energia elettrica da fonte rinnovabile, ha
escluso la geotermia elettrica dall’incentivazione.
FER1 ha l’obiettivo di sostenere la
produzione di energia da fonti rinnovabili per il raggiungimento dei target
europei al 2030 definiti nel Piano Nazionale Integrato
per l’Energia e il Clima (PNIEC) attraverso la definizione di incentivi e procedure indirizzati a promuovere
l’efficacia, l’efficienza e la sostenibilità, sia in termini ambientali che
economici, del settore.
Rispondendo a forti pressioni delle
lobby del settore geotermoelettrico durante gli ultimi mesi, il governo sta
preparando un decreto FER2, per il quale i ministri, secondo le voci,
ritengono “incentivabile sia la
coltivazione della geotermia con totale reiniezione dei fluidi, dove
tecnicamente possibile, sia quella tradizionale dove sono possibili innovazioni
che consentano il drastico abbattimento degli impatti ambientali”.
Il quadro normativo europeo:
FER1 e FER2 s'iscrivono nel quadro del sostegno dell’Unione Europea alle energie
rinnovabili, definito dalla Direttiva
sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili (Direttiva 2018/2001 del 11 dicembre 2018) e
dalla sua gemella, la Direttiva
sull’efficienza energetica (Direttiva 2018/2002 del 11 dicembre 2018).
La Direttiva
2018/2001 definisce le “energie
rinnovabili”: “… “energia da fonti rinnovabili” oppure
“energia rinnovabile”: energia proveniente da fonti rinnovabili non fossili,
vale a dire energia eolica, solare (solare termico e fotovoltaico) e geotermica,
energia dell'ambiente, energia mareomotrice, del moto ondoso e altre forme di
energia marina, energia idraulica, biomassa, gas di discarica, gas residuati dai
processi di depurazione e biogas …”.
Indispensabile
condizione del sostegno alle “energie rinnovabili” è l’obbligo alla gestione sostenibile nel senso della
rinnovabilità delle risorse [6],
per “garantire la loro rigenerazione naturale”.
Per quanto riguarda la geotermia, la Direttiva 2018/2001 riconosce (articolo 46) [7]
che in certe condizioni geologiche della zona dove si realizza l’impianto,
questo può produrre emissioni nocive per la salute e per l’ambiente, tra cui di
gas a effetto serra, e conclude: “Di conseguenza, la Commissione
dovrebbe facilitare esclusivamente la diffusione di energia geotermica a basso
impatto ambientale e dalle ridotte emissioni di gas a effetto serra rispetto
alle fonti non rinnovabili.”
La Direttiva 2018/2002 sull’efficienza energetica, invece,
esorta ad aumentare globalmente l’efficienza energetica e pone l’accento
sull’importanza della cogenerazione di energia elettrica ed energia termica.
La linea proposta dal decreto FER1 è completamente coerente
con gli indirizzi europei: promuovere
l’efficacia, l’efficienza e la sostenibilità ambientale ed economica.
Completamente logico e coerente con
questi indirizzi è anche l’esclusione degli
impianti geotermoelettrici dall’incentivazione.
Invece, la proposta di includere di nuovo la geotermia, secondo
le voci attorno al FER2 che sia incentivabile
- “sia la coltivazione della geotermia
con totale reiniezione dei fluidi, dove tecnicamente possibile,
- sia quella tradizionale dove sono
possibili innovazioni che consentano il drastico abbattimento degli impatti
ambientali”
è in parziale contrasto con gli indirizzi europei e deve
essere precisata. Infatti:
- manca l’indicazione sulla
gestione sostenibile - nel senso della rinnovabilità - delle risorse;
- manca l’obbligo generale (anche per impianti di seconda
e terza generazione) alla sostenibilità
ambientale ed economica;
- manca l’obbligo alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra rispetto alle fonti
non rinnovabili;
- manca l’accento sull’efficienza energetica e sull’efficacia;
- occorre precisare i vari impatti ambientali [8] che sono da “abbattere drasticamente”, e che questo
obbligo riguarda anche centrali “con totale reiniezione dei fluidi”;
- occorre precisare che significa “dove sono possibili innovazioni”.
Impianti "pilota":
La normativa europea, inoltre, non disciplina una variante tutta italiana dell’incentivazione
geotermica. Si tratta dei cosiddetti “impianti pilota” nella concezione attuale
[8],
che non sono incentivabili a nostro parere, per le seguenti ragioni:
- gli impianti
“binari” con totale reiniezione dei fluidi sono largamente diffusi e
sperimentati in tutto il mondo;
- lo studio
di particolari problemi, p. e. la reimmissione totale di fluidi con altissima
concentrazione di gas incondensabili, in impianti destinati alla (e incentivati
per la) produzione di elettricità, non è efficace e comporta grandi rischi:
ricordiamo che persino l’ENEL ritiene “infattibile” la reiniezione per i fluidi
dell’Amiata e del Lago di Bolsena. Questa sperimentazione deve essere fatta (come
succede all’estero) in stretta collaborazione con università e istituti di
ricerca, in impianti destinati principalmente a questo scopo, a ridotte
dimensioni, in siti da scegliere secondo criteri scientifici con particolare
attenzione alla salvaguardia della popolazione e dell’ambiente [9].
È ragionevole porre sotto responsabilità statale questi
impianti, però è inammissibile esentarli dagli obblighi della Direttiva Seveso.
Sostegno alla Toscana:
Infine, l’argomento forte a sostegno del mantenimento
dell’incentivazione per le centrali “flash” della Toscana, cioè la necessità
sociale di mantenere posti di lavoro e quella economica di assicurare
l’approvvigionamento della Toscana di energia, non giustifica l’incentivazione
di centrali geotermoelettriche non sostenibili che distruggono l'ambiente e la salute
delle persone.
Dall’altra parte, è chiaro che bisogna incentivare la
transizione energetica della Toscana verso modalità veramente rinnovabili e sostenibili:
-
sostituire le centrali a ciclo aperto con impianti fotovoltaici e eolici,
-
trasformarle in centrali di terza generazione (DHE), utilizzando i pozzi esistenti.
È indispensabile anche sostenere l’occupazione locale
creando posti di lavoro alternativi e risanare l’ambiente, con misure di
sostegno e strumenti finanziari che però non attingano dai fondi destinati alle
energie rinnovabili.
Proponiamo quindi di incentivare
impianti geotermoelettrici che sono:
- corredati
di uno studio e di un piano per la gestione rinnovabile della risorsa
geotermica;
- a ridotte emissioni di gas a
effetto serra rispetto alle fonti non rinnovabili, cioè di un fattore di
emissione di gas a effetto serra di FGES < 300 (gCO2eq)/kWh;
- a ridotte emissioni di altre
sostanze nocive, secondo quanto riportato nella tabella della Delibera della
Giunta Regionale Toscana n. 344/2010 [10];
- a basso
impatto ambientale:
a basso rischio sismico (sismicità indotta e innescata di magnitudo M < 3 (scala Richter) e
a basso rischio di depauperamento e inquinamento delle falde acquifere superficiali, quindi in zone con struttura geologica semplice, con bassa densità di faglie e fratture, e lontane da strutture profonde con movimenti crostali geologicamente recenti o in atto;
- progettati in modo che venga sfruttato al massimo il potenziale
energetico del fluido estratto tramite cogenerazione di elettricità e calore
(il cui utilizzo deve essere pianificato e garantito)
- progettati coinvolgendo la popolazione secondo gli indirizzi comunitari.
Non è più ammissibile quindi l’incentivazione globale e
indistinta di impianti geotermoelettrici, ma l’incentivazione avviene dietro
esame della documentazione relativa a ogni singolo impianto.
Inoltre, vengano aboliti gli incentivi particolari e le
altre agevolazioni per i cosiddetti “impianti pilota” (secondo la corrente definizione).
[1] Costi e
oneri difficili a valutare e calcolare – danni al turismo locale, allo
sfruttamento del termalismo ecc.
[2] L’efficienza energetica netta per la produzione di energia elettrica ηel,net è definita così:
ηel,net [%] = 100*Eel/H*(ΔM/Δt); dove Eel: energia elettrica
netta prodotta; H: entalpia del
fluido; ΔM/Δt: flusso di massa del fluido.
Questa efficienza dipende da molti
fattori – dalle caratteristiche della risorsa (a vapore secco o idrotermale,
entalpia del fluido, composizione del fluido, flusso del fluido, produttività e
iniettività del serbatoio, profondità dei pozzi …), dagli dettagli fisici e
tecnologici del processo (flash, doppio flash, binario, recupero calore …),
efficienza del sistema di raffreddamento, zona climatica ecc.
[3] Non
tutte le efficienze riportate si riferiscono a efficienze nette causa mancanza
dati.
[4] Per
impianti geotermoelettrici questa differenza di temperatura è molto più bassa
(raramente supera i 250 °C) che per impianti a combustione fossile dove la
temperatura di entrata può raggiungere 1500 °C.
[6] Esiste
una certa confusione al riguardo del termine e del suo significato. La
Direttiva
sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili definisce
nel suo Art. 2, comma 1):
“energia da fonti rinnovabili» oppure «energia
rinnovabile»: energia proveniente da fonti rinnovabili non fossili, vale a dire
energia eolica, solare (solare termico e fotovoltaico) e geotermica, energia
dell'ambiente, energia mareomotrice, del moto ondoso e altre forme di energia
marina, energia idraulica, biomassa, gas di discarica, gas residuati dai
processi di depurazione e biogas;”
Ciò non significa che la Direttiva considera l’energia geotermica
“rinnovabile” a priori, per definizione – il che sarebbe un controsenso -, ma
piuttosto che per la sua natura presenta la possibilità di essere rinnovata in
tempi della scala umana. Se è veramente rinnovabile dipende dalla gestione
concreta di una risorsa specifica. Questo senso diventa chiaro nella
discussione dell’energia dalla biomassa (considerata “rinnovabile” anch’essa):
la Direttiva (comma 102 nei considerata) richiede specificamente che “la
raccolta del legno sia effettuata in modo sostenibile nelle foreste in cui la
rigenerazione è garantita”.
[7] È per la
prima volta che la normativa prende atto di questo fatto, riconosciuto dal
mondo scientifico da almeno 10 anni (vedi p. e. M. Bravi e R. Basosi: Environmental impact of electricity from selected geothermal power plants in Italy, Journal of Cleaner Production 66 (2014), 301-308) ma mai pubblicizzato a dovere. Il
cambiamento è dovuto anche al
lavoro
delle associazioni e dell’eurodeputato Dario Tamburrano.
[8] Occorre precisare le diciture "basso impatto ambientale" nella Direttiva 2018/2001 e "ridurre drasticamente gli impatti ambientali" nella proposta per il FER2.
Riguardano non soltanto emissioni in atmosfera, ma anche importanti impatti sottosuolo - l'inquinamento e il depauperamento delle falde acquifere superficiali, e il rischio sismico. Questi impatti, come esposto nelle prime due parti, sicuramente non sono "bassi" in zone con geologia complessa e per impianti di prima e seconda generazione. Per non dimenticare l'impossibilità di predire quanto siano importanti questi impatti, causa l'impossibilità di conoscere la struttura geifisica dettagliata del sottosuolo da cui dipendono questi impatti.
Inoltre, per questo motivo zone protette con geologia complessa non possono, a priori, ospitare questi progetti perché non si può dimostrare senza ragionevole dubbio scientifico che non sarebbero compomessi dai progetti geotermici.
[10] Impensabile affidare, in queste delicate
condizioni, la gestione di impianti pilota a imprese come la ITW&LKW Italia
spa, senza know-how, senza esperienza nel campo, senza copertura finanziaria
dei rischi.
[11]
Tabella di valori limite della Delibera
della Giunta Regionale Toscana n. 344/2010 (D.C.R. n. 44/2008 – PRRM 2008-2010:
approvazione criteri direttivi per il contenimento delle emissioni in atmosfera
delle centrali geotermoelettriche):
Tabella
4.3 – Valori obiettivi di emissione in flusso di massa per le centrali GTE in
nuova configurazione derivante dall’applicazione degli esiti della
sperimentazione
Descrizione
|
H2S
(kg/h)
|
Hg
(tutte le forme)
(g/h)
|
As
(tutte le forme)
(g/h)
|
NH3
(kg/h)
|
SO2
(g/h)
|
H3B03
|
Uscita impianto AMIS
|
3 (*)
|
1
|
-
|
-
|
200
|
|
Uscita dalla centrale
|
3 (*)
|
1
|
5
|
2
|
-
|
< 0,1
|
(*) In caso di superamento di tale valore, il limite si
considera rispettato se la percentuale di abbattimento dell’impianto AMIS per H
2S
è maggiore del 97%.